SAM SZAFRAN. 50 anni di pittura

Martigny, Fondation Pierre Gianadda (Rue du Forum 59 - 1920 Martigny - Svizzera)
8 marzo - 16 giugno 2013

Informazioni : 0041.27.7223978 (in Italia : 031.269393)
Sito internet: www.gianadda.ch

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Szafran, un cognome il cui suono profuma di buono il colore, il colore che l'artista declina con costanza e ossessione  allineando via via i suoi pastelli.
Il pubblico della Fondation Pierre Gianadda di Martigny ritrova dopo più di dieci anni questo artista: ne aveva apprezzato i Laboratori dalle suggestioni quasi surrealiste, le Scale, che sfidano la prospettiva, e le sue cascate di verde dove si rileva una presenza furtiva di donna. Questi temi ritornano e coinvolgono il fruitore anche in forza delle due ceramiche monumentali che adornano il padiglione didattico della Fondation e che ripropongono, in un disegno dalla semplicità disarmante i due temi della scala, con il suo richiamo fortissimo al vuoto, e del feuillage (il fogliame) che si distende lungo la parete.
Il legame di Szafran con la Fondation Gianadda, oltre che da queste presenze permanenti, è testimoniato dalla donazione di una serie splendida di fotografie di Henri Cartier-Bresson.

Chi è Sam Szafran?
Nato a Parigi il 19 novembre 1934, da genitori ebrei emigrati dalla Polonia, Sam Szafran cresce nel cuore delle Halles. Suo padre muore all'inizio della guerra e il bambino è affidato ad uno zio severo. Troverà tenerezza solo presso i nonni. Col nonno frequenta la sinagoga di Guimard. Nascosto nel Loiret, presso dei contadini che lo maltrattano, alla fine trova rifugio presso dei repubblicani spagnoli. Si salva per miracolo dal rastrellamento del Vel’d’hiv nel 1942 ed è poi dichiarato “pupille de la nation”. La Croce Rossa lo invia in Svizzera, nei pressi di Winterthur, e qui rimane per due estati. L’artista confida che “furono quelli i soli momenti felici della mia adolescenza”. Impara a nuotare e a disegnare e il futuro grafico Jean Widmer ne rileva le capacità.

Nel 1947 con la madre e la sorella si imbarcano a Marsiglia per raggiungere a Melbourne uno zio materno là emigrato dopo il 1937. Dopo tre mesi di scuola per imparare l’inglese, comincia a lavorare: fa il magazziniere, il commesso di drogheria, il galoppino di un giornalista sportivo. Mostra in quegli anni un grande interesse per l’immagine e frequenta la biblioteca di Victoria dove può guardare in particolare i libri sulla pittura inglese: Hogart, Reynolds, Turner, ecc. È un periodo di grande fatica e di sconforto in cui aspetta con impazienza di poter rientrare in Francia. Nel 1951 è di nuovo a Parigi dove sopravvive accettando lavoretti vari, tra cui quello di interprete traduttore presso l'American Express. Si iscrive nel frattempo ai corsi di disegno organizzati dalla città.

Da allora, l’arte diventa il salvagente del giovane lavoratore. Nel 1953 comincia a frequentare gli insegnamenti della Grande Chaumière dove per quattro anni disegna con passione, animato da una grande curiosità ma anche dallo sguardo limpido dell’autodidatta. Il metro, le scale, le cantine, i passanti del Palazzo di Giustizia sono il suo atelier: scruta, traccia, sperimenta la prospettiva. Frequenta diversi gruppi a Montparnasse, poi nel quartiere Saint-Germain, dove scopre il jazz. Incontra poi nel 1954 Roseline Granet, che acquista le sue prime opere e lo sosterrà per molto tempo. Conosce Alberto e Diego Giacometti, poi Yves Klein, Tinguely e Riopelle.

I pastelli
Nel 1960 riceve una scatola di pastelli, che sono per lui una sorta di rivelazione. Abbandona la pittura ad olio e adotta questo mezzo espressivo, al quale si dedica totalmente per un decennio. Nel 1963 sposa Lilette Keller, originaria di Moutier nel Jura svizzero e un anno dopo nasce il loro figlio Sébastien. Dopo dieci anni di fatiche, migliora anche la situazione economica dell’artista.  Jacques Kerchache che incontra nel 1965 gli offre la sua prima mostra personale. Importanti sono le amicizie che maturano in quegli anni: con il poeta libanese Fouad El-Etr, che più tardi lo coinvolgerà come disegnatore nella rivista La Délirante da lui fondata, e Henri Cartier-Bresson che prende lezioni di disegno da Sam.
Per tutti questi anni Szafran non ha un vero atelier, ma lavora in luoghi lugubri e inadatti, fino a che scopre nel 1974 un’antica fonderia a Malakoff, dove ancora oggi vive e lavora.

Egli utilizza la tecnica del pastello con un raro talento, saggiando le numerose sfumature che da esso è possibile trarre. La storia del pastello in Francia è lunga e prestigiosa: nel XIX secolo viene usato per i ritratti (Manet, Toulouse-Lautrec, Degas), per i paesaggi (Delacroix, Millet); si rivela perfetto per tradurre le impressioni fuggevoli dell’impressionismo (Boudin, Monet, Renoir) e trova in Degas un interprete sorprendente. Nel XX secolo molti artisti ne fanno uso, da Delaunay a Balthus, Matta, Atlan. Ma è proprio Szafran a proporre un nuovo rinascimento di questa tecnica. Egli riconosce la qualità eccezionale dei pastelli fabbricati dalle sorelle Roche, rue Rambuteau, che diventano sue fornitrici esclusive a partire dal 1963.

La poetica e i temi
All’inizio, Sam Szafran si muove in ambito astratto, influenzato da Nicolas de Staël e da Jean-Paul Riopelle. Così come per un certo tempo è interessato alla materia insolita e densa di Dubuffet. Non è però a suo agio in questo percorso per cui torna alla figurazione. I suoi primi pastelli, verso il 1960, sono dei Cavoli, che gli ricordano la cucina dei paesi della sua infanzia, le sue radici polacche, e che diventano il pretesto per delle sottili sfumature, per una metamorfosi continua, per una vera attività organica. Ecco poi i suoi Atelier, che rivelano una grande teatralità, fatta di mobili, trespoli, cornici coinvolti in un intenso disordine. Alcuni sembrano il luogo di un dramma passionale al quale Szafran risponde con delle disposizioni quasi ossessive dei pastelli.

Nel 1972 prende avvio per Szafran l’avventura dell’Imprimerie Bellini, così denominata in omaggio al pittore italiano. Si tratta di un atelier di litografia creato dall’artista con due soci. Con il carboncino o il pastello Szafran racconta questo atelier, con l’alta macchina da stampa, i suoi ingranaggi e i suoi rulli di inchiostro. E lo fa incessantemente, a lungo, sperimentando nuovi angoli di lettura e luci differenti.

Le sue prime lezioni sul vuoto, Szafran le riceve dallo zio severo, in una tromba di scala. Egli sceglie questo tema “perché era un problema da risolvere…”, ma molto presto la Scala diventa terreno di sperimentazione, diventa costruzione mentale. Curve sinuose con una rampa come una voluta, effetti di scarpata, zoom in avanti, l’artista si prende gioco della prospettiva fino alla vertigine. In certe opere, questa vertigine si traduce nell’esplosione di colori che diventano tinte pure. Richiami del vuoto che si traducono in visioni panoramiche deliranti.

Infine l’ultimo tema: il Fogliame. La passione di Szafran per le piante risale all’epoca in cui ha lavorato nell’atelier di Zao Wou-Ki: “ero affascinato da un magnifico filodendro che risplendeva al di là della vetrata…”. Fino all’ossessione l’artista disegna delle serre invase dalle foglie, un’invasione di vegetali dove appare in contrappunto Lilette in kimono seduta su una seia o una panca Gaudì.

È questo percorso e sono questi i temi che, mediante incisioni, dipinti, pastelli e acquerelli, la Fondation Pierre Giandda di Martigny propone nei suoi ampi spazi dall’8 marzo al 16 giugno, per raccontare cinquant’anni di pittura di Sam Szafran, un artista discreto che pratica la sua arte in un modo tutto personale, distaccato dalle mode, ma assistito da una prodigiosa capacità espressiva.

Antoinette de Wolff-Simonetta

La mostra è curata da Daniel Marchesseau.

Il catalogo raccoglie, con le immagini a colori di tutte le opere esposte, testi di Daniel Marchesseau, Jean Clair, Werner Spies, Raymond Mason.